Quanti disoccupati se finisce l’antiberlusconismo
da RomaVe la ricordate la battuta di Giulio Andreotti quando «Il Divo», il film più ferocemente antiandreottiano della storia repubblicana, vinse il premio a Cannes? Lui, il senatore a vita, che pure si era arrabbiato per la pellicola quando l’aveva visionata con un giornalista di La Repubblica, consegnò ai cronisti un meraviglioso calembour, a metà fra la sportività e la malizia: «A questo punto, mi piacerebbe perlomeno partecipare agli incassi». Veramente divino. Ieri, leggendo l’invito dell’onorevole Enrico Letta che chiedeva alla sinistra di abbandonare l’antiberlusconismo, il pensiero andava a quali volumi muove nell’Italia di oggi la scienza di chi si oppone al Cavaliere. Roba da far impallidire il dibattito suscitato dal film di Paolo Sorrentino, un cortocircuito di incassi e carriere. Ecco, una delle prime conseguenze, se questo appello venisse accettato, sarebbe che molte persone resterebbero prive di occupazione. Perché se è vero che dal 1994 a oggi è diventato difficile immaginare un’Italia senza Berlusconi, è ancora più arduo ipotizzare un’Italia senza antiberlusconismo. Così, il primo paradosso di chi grida al Regime e sostiene che siamo in un Paese in cui viene meno la libertà di espressione, con l’avvicinamento rapido a stereotipi orwelliani e totalitari, è che l’antiberlusconismo è uno dei movimenti culturali più floridi della politica italiana.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=282232